Trucco e parrucco

L’altra sera eravamo davanti alla Sezione… mi guardavo intorno, guardavo tutte le donne, dalla più giovane alla più matura, ciascuna a suo modo truccata: chi con rossetti e ombretti marcati, chi delicatamente solo con la matita sotto gli occhi. Il fondotinta non mancava mai. Anche la più sportiva, lo era.

Ed io me ne stavo lì, senza un filo di trucco ed anche un paio di brufoli imperterriti a vista.

Pensavo al fatto che mi piacerebbe essere come loro, tutta agghindata e truccata, donna nel senso stereotipizzato della parola. Però poi il solo pensiero mi dà l’orticaria… spalmarmi quella roba sulla faccia.. mi sembra quasi di sentirne il peso sulla pelle… non lo sopporterei.

E’ curioso. In tante cose fatico a definirmi, ma questa davvero è una cosa che mi appartiene, una vera e propria idiosincrasia che mi caratterizza e mi definisce più di ogni altra cosa!

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Motivazioni

Mi hanno offerto una possibilità di lavoro.

L’unica clausola, è appartenere a categoria protetta… mi spetterebbe di diritto ma non ho mai fatto domanda, non mi sono mai avvalsa di nessuna agevolazione.

La motivazione ufficiale, vera, in parte, è che credo di cavarmela benissimo da sola, di essere perfettamente autonoma e quindi non trovo giusto appropriami di ausilii dei quali posso benissimo fare a meno. Anzi, a dirla tutta se non ho un lavoro “serio” è soprattutto perché non mi sono mai impegnata davvero a cercarlo, perché potendone fare a meno ho evitato di immischiarmi in un mondo estraneo ed esterno che non riconosco. Isolamento intellettualistico.

E poi, c’è un’altra ragione, che nessuno conosce né conoscerà mai.

Fin da bambina ricordo la mia vita costellata di visite mediche. I miei lo facevano con le migliori intenzioni, per trovare soluzioni e terapie… ma era un continuo far vedere a medici sempre diversi come camminassi, come afferrassi gli oggetti, e la schiena, e l’arco plantare. E poi la fisioterapia…

L’ultima volta è stata una decina di anni fa: qualcuno aveva consigliato a mamma un centro riabilitativo. Andammo a visitarlo. Era un bel posto, immerso nelle montagne e con un grande giardino, piscina e palestra attrezzata.. sarei rimasta lì una decina di giorni. Era un bel posto, mi avrebbe fatto bene anche spiritualmente staccare un po’ da tutto.

Avevo 25 anni, da poco mi ero trovata il primo fidanzato e avuto la mia prima volta.

E decisi che in quello che in quel lazzaretto non ci volevo stare.. non mi è mai piaciuto fare la parte della malata, non mi ci sono mai sentita. Ho sempre vissuto serenamente la mia vita, con completezza, senza il minimo senso di mancanza.

Chiaro che adesso provo totale repulsione per l’idea di sottopormi ancora a nuovi medici, nuove visite, nuove “passeggiate”, nuove dimostrazioni… ma la motivazione ufficiale resta più bella e altruistica.

I morti non parlano più

Siamo andati al museo archeologico: c’era un evento per bambini… il racconto del mito di Atena, a partire dal ritrovamento di un’anfora dei giochi panateniesi.

Ed io ascoltavo, storie che conosco a memoria, e mi sentivo a casa.

I miti greci.

Quei miti che mi circondavano da bambina, col mio librone illustrato di mitologia e i vecchi film su Ulisse e Giasone che guardavo con papà. Quei miti che ritrovavo nei libri di antologia delle scuole medie, ed erano le pagine più belle.

Mi sentivo a casa, come quando al liceo ho poi scoperto la dolcissima melodia della lingua greca, gli anni del meraviglioso Graves che credo di esser stata l’unica a leggere fino infondo – note comprese – e di consultare ancora di tanto in tanto, e gli anni di Giordano Bruno e del professore di filosofia che ci raccontava il significato nascosto dei miti.

A casa, come la prima volta che andai a Pompei e ad Ostia antica con la scuola, e le vedevo vivere e brulicare di spiriti che mi sembrava di conoscere e riconoscere.

A casa come quell’estate di qualche anno fa, quando la mia vicina di ombrellone leggeva il suo romanzo estivo ed io tenevo in borsa l’edizione integrale dell’Odissea da leggere e rileggere.

Mi sembra passata un’eternità, da quando nuotavo in quel mondo.. amavo tanto leggere, sapere, aggirarmi nei meandri di quel mondo… Ora è tutto infinitamente distante: passata la passione, subentrata l’inerzia, la pigrizia mentale. Ora tutto tace, i defunti non parlano più.

L’anima in vacanza

La mia anima crede di essere in vacanza.

Vive quella stessa sensazione di leggerezza degli inizi d’estate dell’adolescenza.. o, perlomeno, del loro ricordo, perché nei fatti il pensiero era molto più pesante. E pensante.

Il topo non sta andando a scuola: abbiamo fatto il famigerato vaccino, e per una decina di giorni voglio tenerlo con me sotto controllo… inaspettatamente, sono serena. In realtà è una sensazione mista di ansia e sollievo. Ormai, qualsiasi cosa accada, non siamo più nel limbo.

Fa caldo.

Le giornate sono piene e frenetiche: il trasloco della suocera, il giardinaggio, gli eventi politici… rientro, una doccia veloce e sono di nuovo fuori.

Mi ricorda quando si tornava dal mare, ci si lavava e profumava in fretta e si era subito fuori per l’uscita serale.

Il giorno del trasloco siamo rimasti da lei tutto il giorno, abbiamo pranzato con un panino e poi ho messo il topo a dormire sul lettone della nonna circondato dalle sedie… custodisco un’immagine identica di mio nipote, circa alla stessa età, sul lettone dei miei. Erano le vacanze, era tutto più improvvisato e semplice…

E’ stato un anno lunghissimo… o voglia di acqua che lavi via di dosso tutti i cattivi pensieri, le ombre oscure, gli ambigui presagi.

Ho chiesto a marito di andar fuori a mangiare un gelato stasera. Ho voglia di essere un po’ felice…

Il rumore della notte

Mi è sempre piaciuto, il rumore delle camere da letto durante la notte.

Ci avete mai fatto caso?

Nel buio, nel silenzio costante dei respiri dormienti, si sente ogni tanto un sospiro più lungo, il fruscio di lenzuola e cuscini che si adattano a un movimento involontario.

A volte, quando mi sveglio in piena notte, mi piace rimanere qualche minuti lì ad ascoltarlo, ad ascoltarmi.. per me è un momento topico anche nei film… mi trasmette un senso misto di quiete, tranquillità. Quella sensazione di essere al sicuro.

La percezione del rischio

Quando poi la mia mente scopre una breccia, una nuova fonte di riflessioni ed illuminazioni, ci penetra e sviscera ogni aspetto del nuovo giocattolo.

Così, sulla scia delle riflessioni precedenti…

Stiamo qui, a calcolare la percentuale di rischio per una vaccinazione e soppesarla coi benefici, chiedermi se ne valga la pena. E avrebbe pure senso se non fosse che…

La percentuale di rischio di perdere la vita in un incidente stradale è infinitamente maggiore, eppure non stiamo mai lì a chiederci se valga la pena correre questo rischio per farci – che so – due o tre giorni in vacanza.

A proposito di vacanze, si parlava ancora di attentati e fondamentalismi quando andai ad Assisi.. uno dei centri principali della cristianità italiana, controlli ovunque, eppure non ci siamo chiesti se valesse la pena correre un tale rischio in cambio della visione – pur celestiale – di qualche affresco. L’estate scorsa invece sono siamo stati nelle Marche, zona che ha tremato e trema ancora, senza chiedermi se volessi davvero rischiare la mia vita per visitare i luoghi del Maestro Leopardi.

Tutto questo mi fa pensare a come nei fatti moltissime delle cose che facciamo, quasi tutte comportano potenzialmente un danno, ma non ce ne rendiamo neanche conto. Perché? Semplicemente perché in tutte quelle circostanze – quando non subentra l’abitualità, come per il fatto ad esempio di attraversare la strada – il vantaggio che ne traiamo è così tangibile, immediato e piacevole da offuscare ogni altra valutazione.

Di contro, in tutte le circostanze in cui il beneficio non è immediato o tangibile – nel caso, i vaccini, ma in generale il discorso si può estendere a tutte le decisioni da prendere che irrimediabilmente comportano un dare/avere – allora in quei casi iniziamo a soppesare vantaggi e svantaggi che assumono lo stesso peso in quanto tutte entità astratte e solo ipotetiche…

Certe mattine

Le nostre mattine, quando non si lavora e non c’è scuola, sono belle, bellissime.

C’è il topo che si sveglia e chiama papà per farsi venire a prendere, e poi via nel lettone a fare le coccole. Poi si siede al centro del letto, chiede il “teleogrammo” (telecomando) e accende la tv per guardare un po’ di cartoni, mentre noi si rimane ancora un po’ con gli occhi chiusi e il profumo di bimbo…

Distorsioni (un esperimento su me stessa, parte seconda)

Gli spunti recenti mi hanno spinto a riflettere maggiormente sulle cose, e soprattutto sulle mie percezioni in merito ad esse.

Sempre in vista della vaccinazione, ho voluto farmi una piccola statistica mia personale sulle reazioni avverse (chiamasi mania di controllo, per me è normale routine… gestisco così ogni situazione che mi metta ansia!).

Quindi mi sono letta un po’ di forum di mamme che raccontavano le loro esperienze, e… panico: febbri abnormi che duravano giorni, ragazzini isterici e via discorrendo.

Allora, che faccio?

Continuo il mio esperimento.

Prendo un bel foglietto e faccio 3 colonne: nessuna reazione, reazione bassa, reazione “alta”. Mi rileggo tutti i commenti tracciando una bella crocetta in corrispondenza del racconto.

Beh, volete sapere che cosa ne è venuto fuori?

La maggior parte delle testimonianze (si, proprio quelle da panico di un istante prima) riportavano una totale assenza di sintomi; una percentuale di poco inferiore lamentava solo lievi disturbi; pochi sporadici casi avevano avuto effetti più pesanti.

Morale della favola?

Tutto vacilla, eppure tutto è nitido.

Ogni giorno prendiamo infinite decisioni, piccole o grandi che siano, sulla base di quello che crediamo di sapere sulla realtà che ci circonda… ma quanto di queste “conoscenze” sono in realtà distorte da emozioni o aspettative?

Un approccio più razionale alla realtà, probabilmente, renderebbe tutto più facile e diminuirebbe sostanzialmente il numero delle scelte sbagliate…

Percezione e conoscenza (un esperimento su me stessa)

Mi rendo conto di non potermi fidare delle mie cognizioni.

Che nessuno di noi, in verità, può farlo.

Me ne rendo conto da un fatto vissuto sulla mia pelle e che mi lascia molto da pensare…

Questa storia parla di vaccini.. però, vi prego, non ho nessun interesse ad aprire un dibattito sull’argomento: la cosa non mi ha mai interessata, posizioni troppo radicalizzate che non mi appartengono!

Questa storia inizia quando ero incinta, e proprio allora mia cognata mi racconta di un bambino “diventato autistico dopo il trivalente”. Allora inizio a documentarmi, e decido di non farlo…

Scoppia il caso Lorenzin, io sono combattuta e torno a documentarmi: rapporti AIFA, testimonianze, annotazioni tecniche, dispense universitarie… ed in ogni cosa che leggo ritrovo tracce di un fattore di rischio relativamente alto (non in termini di autismo, ma generalmente in termini di complicanze).

Prenoto la vaccinazione per l’accesso all’asilo e continuo a documentarmi… il mio non è mai stato, in realtà un no categorico. A differenza di altri, non ho verità assolute a cui aggrapparmi ma solo suggestioni. La musica è sempre la stessa.

Si avvicina il tempo della vaccinazione… io ho già deciso di non farla e rinunciare all’asilo.

Però sono una strega, e succedono tutta una serie di coincidenze che non sto qui a raccontare e che mi dicono che è il momento di vaccinare (come prima, i segnali mi avevano fatto aspettare). In cuor mio stranamente sono serena, non ho più paura.

Torno a leggere gli stessi documenti di prima, gli stessi rapporti AIFA, le stesse testimonianze, gli stessi testi e… e dicono una cosa diversa, raccontano un rischio minimo.

Perché?

Perché la mia predisposizione, prima negativa ed ora positiva, mi porta inconsapevolmente a porre attenzione su alcune cose piuttosto che su altre ed a leggere le medesime, oggettive informazioni sotto luci differenze.

E provo tenerezza, compassione, per noi piccoli uomini che ci affanniamo dietro ogni forma di conoscenza senza renderci conto di quanto essa sia filtrata, falsata dalle nostre stesse percezioni…

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