Vecchia e nuova

Tutto quel torpore, quel lacerarsi dentro, mi ha portato a toccare quell’estremo che temevo non avrei mai raggiunto.
E la scorsa notte, l’ho fatto.
Fame d’aria, la mia, disperazione… Ed ho fatto quello che per tanto tempo avevo rimandato.
Quell’incantesimo di trasformazione che ad ogni luna piena soffocavo dentro di me, utilizzando palliativi per non esprimere il desiderio vero.
Nel calderone, come simbolo della trasformazione, ci ho messo di tutto. Tranne quello di cui davvero avevo bisogno, censurato ai miei stessi occhi.
E stanotte è accaduto, naturalmente, senza paura o esitazione. Sono andata in corridoio, ho sfogliato sicura l’album.
Stanotte, nel calderone, c’era una foto… La foto della mia laurea, in piedi nel salone in legno dove ho festeggiato, lunghi boccoli rossi e quella gonna tanto cercata… A ruota, lunga alle caviglie, marrone con ricami d’oro e orlata d’oro e pizzo nero. Che gioia comprarla, indossarla…
Stanotte l’energia è stata nuova: non avevo mai sentito il desiderio caricare tanto le mie intenzioni, non ho mai avuto tanta volontà. E ho avuto visioni, durante l’incantesimo, dei flash… Ho visto la mia mano su una maniglia, aprire una porta che sapevo chiusa. Forse la stessa che nelle mie trance della memoria non sono mai riuscita ad aprire. Ho visto l’immagine dell’uomo che mi ha cambiata, inclinata dentro, sgretolarsi e diventare cenere, e per la prima volta mi sono sentita libera da lui. Ho visto me attraversare uno specchio, come un velo d’acqua, ed uscire dall’altra parte.
Oggi sono nuova. Oggi sono vecchia.

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Immagini di me

Non mi piace. Quello che sono diventata, quello che vedo nello specchio.
Vorrei portare gonne lunghe, mi piacciono tanto, e foulard svolazzanti…
C’è stato un periodo della mia vita, all’università, nel quale se ci penso mi riconosco. Lo ricordo come un periodo vero, uno in cui forse mi stavo trovando… portavo boccoli rossi, spesso gonne svolazzanti, grandi borse e tanti libri, musica nelle orecchie e notti da pensare.
Poi non lo so…Ho cambiato università, ho perso il mio non – amore, ho incontrato persone sbagliate… Non lo so, ho cambiato direzione.Ed ora sono qui, nei miei jeans viola, a ricordare immagini che profumavano di buono ma senza il coraggio di cambiare.
Cambiare vuol dire sorprendere, costringere gli altri a rivedere l’immagine di te. È una cosa che mi ha sempre spaventato, per questo ho sempre usato momenti clou (come i cambiamenti di ciclo scolastico) per cambiare me… Ma ora di questi momenti non me ne si preparano più, ed io sono qui bloccata nel mio bozzolo…

Salotti e prigioni

L’altra sera sono stata a un incontro con la pro loco… mio marito è stato chiamato per una rappresentazione scenica durante una rievocazione storica e naturalmente a me tocca scrivere il copione…
Arrivo lì, io col mio cappotto viola e la mia borsa viola appesa al braccio, ci sediamo al pc, prendo un taccuino e iniziamo a lavorare (ho bisogno di alcune indicazioni storiche per scrivere correttamente il testo ed evitare strafalcioni!).
Penso.
Anche questa poteva essere la mia vita, la mia quotidianeità.
Conosco molte persone, la maggior parte dei miei colleghi e dei clienti in verità, che vivono da “intellettuali”… hanno case sofisticate con quadri e riferimenti letterari, partecipano a salotti culturali.. si muovono in un ambiente fatto di convivi, di libri, di recensioni, di citazioni colte.
Anche adesso, con le conoscenze che ho, potrei entrarci… una telefonata alla mia cliente, che fa parte dell’élite culturale della zona, e sono dentro. E ci starei anche bene, mi muoverei con disinvoltura.
Però, però, però…
E’ una trappola anche quella, e non posso non guardarli con una certa malinconia. Guardo con sospetto ogni vita che sia indirizzata in qualcosa, che rifletta troppo pedissequamente un “modello” di vita. C’è sempre qualcosa di finto, di sterotipato.. una costrizione: essere sempre e necessariamente quella cosa… perchè davvero non credo che queste persone non si siano mai alzate una mattina con la voglia di fare o essere altro. Un modello di sè a cui non trasgredire… no, non fa per me…

Gente, oggi c’è Rain

Oggi, dopo che ho accompagnato il bambino a scuola, c’era vento.

Ho guardato a terra, i miei piedi che calpestavano un tappeto di foglie secche.

Ho guardato me stessa: pantaloni verde muschio, maglione viola, borsa multicolore all’uncinetto, il lungo cappotto viola lasciato aperto che oscillava coi passi e col vento.

E’ stata solo una fulgida apparizione… ma hey, gente, oggi c’è Rain…

L’anima in soffitta

Mi è capitato per caso di trovare una mia vecchia foto, è di una quindicina di anni fa…

Portavo i capelli biondi, fino alle spalle, vestivo in modo classico e moderno insieme, e portavo una collanina ordinaria al collo.. ma soprattutto, lo sguardo… mi guardo, e non mi riconosco. E non perchè sia passato del tempo, o perchè – come tutti – io sia cambiata, ma perchè non ricordo neanche di essere stata così. Chi è quella ragazzina? Cosa pensa? Dove si era smarrita la sua anima?

Sia prima che dopo, l’anima mia si vedeva… negli occhi, nei vestiti, negli accessori… ma quella ragazzina bionda?

Nonostante mi sforzi, non riesco a ricordare come mai in quegli anni avessi chiuso l’anima in soffitta…

Esibizioni

A volte, come in una momentanea sospensiva illuminazione, guardo le mie mani mentre compio qualche gestualità per me abituale… e mi sorprendo di quella naturalezza, quella spontaneità che anni addietro invidiavo negli altri. Io che come un’aliena arrancavo nel tentativo di comportarmi da umana.

Siamo stati sul prato, in una bella mattina di sole, e per un istante l’anima mia mi ha visto: portavo dei jeans e una maglietta bianca… io non li porto mai, i jeans, con le maglie bianche poi.. ricordo che guardavo con invidia quelle coetanee acqua e sapone in jeans e magliettina, consapevole che io no. Io non potevo essere così, io dovevo distinguermi. E probabilmente per questo mi costava tanto ostentare quotidiana normalità: perché non potevo permettermela, non potevo permettermi di apparire uniforme.

Legittimo.

Perché allora la mia diversità era ancora un’intuizione, un groviglio di concetti che erano tutti interni a me e che avevano bisogno di essere ostentati per essere anche solo pallidamente visibili.

Ora.. ora i miei gesti e i miei abiti possono permettersi il lusso di essere banali senza che io senta qualcosa stridere in me. Ora che la mia diversità la guardo negli occhi ogni giorno e mi basta.. se la vedo io, non è più necessario che faccia bella mostra di sé sull’altare delle mie apparenze…

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