Basta poco

Basta poco… Il sottogiacca fucsia con le spalle scoperte, lo scaldacuore con le maniche svasate sfumato di lilla e rosa che scende un po’ largo sulle spalle lasciandole nude… e mi sento di nuovo me stessa, quella che ero una volta.
E mi rendo conto che nell’armadio i vestiti che sono miei ci sono, sono io ad abbinarli in un modo che non mi appartiene.
E mi rendo conto che forse commetto lo stesso errore anche nella vita: ho tutto quello che mi serve, che serve alla mia anima, ma non riesco a dargli la forma che saprei riconoscere…

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Immagini di me

Non mi piace. Quello che sono diventata, quello che vedo nello specchio.
Vorrei portare gonne lunghe, mi piacciono tanto, e foulard svolazzanti…
C’è stato un periodo della mia vita, all’università, nel quale se ci penso mi riconosco. Lo ricordo come un periodo vero, uno in cui forse mi stavo trovando… portavo boccoli rossi, spesso gonne svolazzanti, grandi borse e tanti libri, musica nelle orecchie e notti da pensare.
Poi non lo so…Ho cambiato università, ho perso il mio non – amore, ho incontrato persone sbagliate… Non lo so, ho cambiato direzione.Ed ora sono qui, nei miei jeans viola, a ricordare immagini che profumavano di buono ma senza il coraggio di cambiare.
Cambiare vuol dire sorprendere, costringere gli altri a rivedere l’immagine di te. È una cosa che mi ha sempre spaventato, per questo ho sempre usato momenti clou (come i cambiamenti di ciclo scolastico) per cambiare me… Ma ora di questi momenti non me ne si preparano più, ed io sono qui bloccata nel mio bozzolo…

In che ordine vi vestite?

Sembra una domanda sciocca, ma voi in che ordine vi vestite?

Mi faccio questa domanda perchè mi rendo sempre più conto che il mio modo di farlo, per me perfettamente naturale, non solo non è comune ma lascia molte persone perplesse…

Generalmente, da quello che capisco, si decide prima tutti i capi d’abbigliamento che si vogliono indossare – accessori compresi -, si fanno gli abbinamenti e poi ci si veste…

Ecco… mai fatta una cosa del genere da che mi ricordi!

Io apro il cassetto delle maglie e ne scelgo una.

Poi scelgo i pantaloni in base alla maglia che ho addosso, senza pensare a cosa ci dovrò abbinare poi.

A quel punto metto le scarpe – quasi sempre colorate – cercando di farle star bene coi colori che già indosso.

Poi la borsa, anche qui cercando di incastrarla con gli abbinamenti già fatti.. ed infine cappotto e orecchini…

Insomma, un work in progress che cambia man mano che scelgo il frammento successivo, abbinamenti che si creano man mano e non sempre pensati a tavolino.

Che ne viene fuori?

Non saprei cosa veda la gente dall’esterno… io, mi sento un’esplosione di colori e sfumature, un quadro, un sogno…

L’anima in soffitta

Mi è capitato per caso di trovare una mia vecchia foto, è di una quindicina di anni fa…

Portavo i capelli biondi, fino alle spalle, vestivo in modo classico e moderno insieme, e portavo una collanina ordinaria al collo.. ma soprattutto, lo sguardo… mi guardo, e non mi riconosco. E non perchè sia passato del tempo, o perchè – come tutti – io sia cambiata, ma perchè non ricordo neanche di essere stata così. Chi è quella ragazzina? Cosa pensa? Dove si era smarrita la sua anima?

Sia prima che dopo, l’anima mia si vedeva… negli occhi, nei vestiti, negli accessori… ma quella ragazzina bionda?

Nonostante mi sforzi, non riesco a ricordare come mai in quegli anni avessi chiuso l’anima in soffitta…

Esibizioni

A volte, come in una momentanea sospensiva illuminazione, guardo le mie mani mentre compio qualche gestualità per me abituale… e mi sorprendo di quella naturalezza, quella spontaneità che anni addietro invidiavo negli altri. Io che come un’aliena arrancavo nel tentativo di comportarmi da umana.

Siamo stati sul prato, in una bella mattina di sole, e per un istante l’anima mia mi ha visto: portavo dei jeans e una maglietta bianca… io non li porto mai, i jeans, con le maglie bianche poi.. ricordo che guardavo con invidia quelle coetanee acqua e sapone in jeans e magliettina, consapevole che io no. Io non potevo essere così, io dovevo distinguermi. E probabilmente per questo mi costava tanto ostentare quotidiana normalità: perché non potevo permettermela, non potevo permettermi di apparire uniforme.

Legittimo.

Perché allora la mia diversità era ancora un’intuizione, un groviglio di concetti che erano tutti interni a me e che avevano bisogno di essere ostentati per essere anche solo pallidamente visibili.

Ora.. ora i miei gesti e i miei abiti possono permettersi il lusso di essere banali senza che io senta qualcosa stridere in me. Ora che la mia diversità la guardo negli occhi ogni giorno e mi basta.. se la vedo io, non è più necessario che faccia bella mostra di sé sull’altare delle mie apparenze…

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