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Appartenere al mare

Il giorno in cui ho capito di appartenere visceralmente al mare, non è stato mentre ero lì, a viverlo ogni giorno come una parte della luce dei miei occhi.
E’ stato quando per qualche anno ne sono stata distante.. e non ne ho sentito la mancanza, giuro: era qualcosa che c’era stato e apparteneva al passato, una porta chiusa.
Finchè un giorno qualcosa, una canzone, un suono, non lo ha risvegliato. Ed ha portato alla mente immagini, sensazioni, emozioni.
E quel giorno, anzi quella notte, che non scorderò mai perchè è stata una rivelazione di consapevolezza, ho sentito dolore. Un vero, fisico, dolore lancinante nel petto, come rendersi conto all’improvviso che l’aria non c’è e annaspare.
Ecco, è così che ho capito di appartenere al mare…

Primo giorno d’estate

Adesso che non ho più un passato, facendo il cambio di stagione ho buttato via quel vestitino nero senza la minima remora… quello che tenevo dai tempi del liceo o forse prima perchè allora lo adoravo, e che pure se adesso era logoro e striminzito mi intestardivo a tenere “almeno per il mare” solo per non separarmene. Mentre sistemavo i vestiti estivi nell’armadio l’ho buttato via senza quasi pensarci, è stato facile.
Adesso che non ho più un passato, nel giorno del suo compleanno il pensiero si appoggia di sfuggita. Fruga nei ricordi, ma trova solo immagini piatte e senza più sapore.. ricordo con tenerezza quando feci la mia “dichiarazione”.. ormai l’università era finita, non lo vedevo più quindi non rischiavo più di perdere quegli attimi rubati che mi davano ossigeno, e fu allora che per il suo compleanno gli mandai su MSN la canzone “Buon compleanno” di Irene Grandi. Lui aveva ringraziato per gli auguri, ed allora io avevo capito che non aveva ascoltato il pezzo. Gli dissi di farlo.
Solo vagamente ricordo la sua reazione, credo fosse imbarazzato… non lo so, non ricordo, non è più la mia storia ormai…

Ricordi svuotati

L’intento era di liberarmi di questa malinconia del passato che mi accompagna praticamente da sempre… Avevo sentito che c’era qualcosa di diverso…
Ed infatti quel rituale che ho fatto la settimana scorsa, quello molto “ispirato”, ha avuto effetti portentosi.. forse troppo, forse non ero pronta.. attenta a quello che desideri, diceva qualcuno…
E adesso?
Adesso mi ritrovo che se anche volontariamente vado a cercare luoghi, persone, situazioni della mia storia a cui sono legata le percepisco come immagini non mie, distanti ed asettiche… mi ci attardo anche ma nulla, nessuna stretta al cuore, nessun rimpianto…
Come mi sento?
Non saprei.
Mi sento libera, finalmente leggera… senza più fardelli sul cuore inizio a spiegare le ali e respirare a pieni polmoni.. però… però vacillo, mi sento fuori equilibrio. Perchè io ho sempre fondato tutto il mio essere sul passato, a quello ancoravo la mia anima e le mie sensazioni. Ora sono un po’ smarrita, sono un palloncino scivolato via dalle mani di un bambino che esplora il cielo immenso ma non sa bene disegnare la rotta…

Ho sentito l’odore del porto

Questa mattina abbiamo avuto un assaggio d’estate…
Le finestre aperte, le serrande semi-abbassate per non far entrare le mosche…
Ho sistemato le sedie sul terrazzo e ci siamo messi a giocare a carte lì, io e il mio bambino.
E sono tornate folate di ricordi…
I pomeriggi d’agosto al mare, durante le vacanze, quando dopo la mattinata in spiaggia dovevi per forza dormire per poi andare a prendere un gelato la sera, e si stava tutti in mutande nel lettone. Ricordo che strane sagome facevano i rami degli alberi proiettando la loro ombra sulla parete, mentre aspettavo di addormentarmi…
La festa del paese, negli anni del ginnasio: vestirsi carina ed uscire con gli amici, andare a zonzo tutta la sera, e quella compagna che partecipava alla processione e voleva essere vista…
Le passeggiate, di notte, sulla spiaggia.. sedersi sui lettini o sull’altalena, e quegli orrendi profumi al gusto di caramella che ci piacevano tanto…
Pochi, felici ricordi di quel periodo della mia vita, di quella parentesi attraversata di fretta…
E per un attimo, mi è sembrato persino di sentire l’odore del porto.. la salsedine, i ristoranti di pesce, le soste sul camminamento dell’alto muro che divideva il porto dalla costa perchè dovevamo stare lontane da tutto e da tutti…

Adesso il cielo è tornato grigio. I ricordi non hanno più odori, sono sfumati.

Però, giuro, ho sentito l’odore del porto…

Viaggio nella memoria

Qualche sera fa ho ripreso un esercizio che non facevo da tempo: la trance della memoria… così tanto tempo che non l’ho trovato nemmeno scritto nel mio Libro delle Ombre, ma sono dovuta andare a cercarlo fra i primissimi appunti dei miei inizi.
Io col passato non sono mai andata in pare, forse è per questo.
Comunque sia, appena iniziato ho capito subito che qualcosa non andava… c’era molta nebbia, ed io avevo un’inspiegabile paura, mentre il sentiero mi portava a fondo in angoli bui.
Arrivata a destinazione, ho aperto qualche porta, visto immagini che ricordavo già, ma ce n’era una… una che non riuscivo ad aprire, nemmeno forzandola. Dicono che sia un ricordo per il quale non si è pronti, di desistere.. ma io sono testarda e naturalmente ho perseverato. Ho invocato Ecate mia custode e, con la sua mano sulla mia, sono riuscita ad aprire…
Era il ricordo di me “mammona”, di me che fino alla quinta elementare ho preteso che mamma dormisse con me nel lettino, a tal punto che persino una volta in cui venne una mia amichetta a dormire da lei ho preteso che, una volta che si fosse addormentata, mamma venisse nel mio letto. Era un ricordo che aveva in sè una consapevolezza… tutto questo mio attaccamento a lei, in questo e non solo… la verità, scopro, è che non volevo che lei stesse con me ma volevo “semplicemente” tenerla lontana da mio padre. Per difenderla, per paura che le facesse del male…
Non so perchè avessi così paura: è una consapevolezza che anzi mi ha fatto bene, mi ha dato forza…
Ad ogni modo, sono uscita da quel ricordo. Ero serena, quando ho visto una porta piena di luce… Fiduciosa mi sono avvicinata, ho aperto.
Ero su un grande prato, il mio cagnolino correva felice con la lingua di fuori e l’espressione “sorridente”.
E sono rimasta lì.
Abbiamo giocato a lungo, ho accarezzato le sue orecchie coi peli riccissimi quasi avesse il “frisè”, abbiamo giocato a rincorrerci e lui mi faceva le poste con le zampe larghe e il ventre appiattito a terra, li ho fatto i grattini sulla pancia…
Sono rimasta lì. E ho avuto paura, dico davvero, quando la mia mente è stata attraversata da un pensiero: volevo rimanere, non volevo più tornare indietro. La mia vita, mio marito, mio figlio.. in quel momento, giuro, sarei rimasta lì per sempre.
Non so come ne sia uscita, probabilmente mi devo essere addormentata perchè non ricordo di essermene andata. Ed anche se ora trattengo a stento il pianto, è stato un momento felice come non ne avevo da tanto tempo..

Meditazione di Ecate

Meditazione di Ecate.. era tanto che non tornavo da lei.
E, questa volta, era tutto diverso…
Per la prima volta mi vedevo per come sono, non idealizzata, con tanto di occhiali…
Sono arrivata alla caverna, e l’ingresso era un abisso nel quale mi sono gettata senza paura, nel ventre molle della Madre.
E, anche lì, era tutto diverso… tutto molto “etnico” direi: acchiappasogni, piume, tappeti.
Il percorso che sto facendo sta cambiando le cose, sto comprendendo il senso di darsi una forma, un’immagine simbolica ma definita di sè, di usare le forme e le prassi per orientare lo spirito in una direzione.
Entrare nel calderone, questa volta, è stato brutale… la sua mano che mi teneva sotto l’acqua, la mia anima che soffocava.. e sono tornata nel regno dei ricordi… ho rivisto tutta la mia storia, tutto il mio passato, ed ho compreso che dovevo staccarmene. Ho capito che continuo a vivere in un eterno passato, come se la mia infanzia, l’adolescenza, e tutte le mie storie di ieri fossero ancora qui, vive e presenti.
Quando sono riemersa, Ecate mi ha avvolto in pelle di serpente e mi ha dato il falcetto… mi ha chiesto se fossi davvero pronta, ed io per la prima volta in vita mia lo ero davvero. Ed ho tagliato, ho chiuso, ho superato.
Mi sembra ancora di sentire la sua voce, mentre io ero lì, nuova, a guardare la vallata da una fessurazione del dirupo. Sento ancora la sua voce: “Dimentica ciò che eri, diventa ciò che sei”

Camici bianchi

Sono bloccata con la schiena da qualche giorno… sono le vertebre lombari, quelle che hanno accusato il colpo della gravidanza e che non ho mai curato.Sembra che nulla mi dia giovamento, nemmeno le punture di Voltaren.
E, alla fine, mi sono arresa.
Ho prenotato per marzo l’appuntamento dall’osteopata.. e mi sento morire dentro.
La piccola me scalpita, scalcia, vorrebbe fuggire… mi sento soffocare ma tengo duro, poggiando le mani sui vetri della bolla che mi imprigiona.
Osteopata.
Di nuovo qualcuno che mi visiterà… camici bianchi… fammi vedere come cammini, la schiena, la gamba, racconta la tua storia.
Pensavo di esserne uscita, di essere corsa lontano e di non tornare indietro mai più.
E’ il ricordo constante della mia infanzia: tutti quei medici, sempre diversi ma sempre con le stesse domande e le stesse visite, e quella storia che a furia di sentirla raccontare da mamma non sembrava neanche più la mia.
Apnea neonatale, spasticità muscolare. Ci vuole il tutore signora, la fisioterapia, questo esercizio… cammina da qua fino a là, fai vedere come prendi quest’oggetto… mi racconti tutto dall’inizio.
E poi me ne sono fregata, e sono scappata via lontano, lontano da uomini alla scrivania e camici bianchi, ed è stato come se la vita cambiasse: ho iniziato a non identificare più me stessa, la mia vita, con quelle storie e quelle parole. Ho scoperto che c’era altro, che io ero altro.
Di nuovo qualcuno che mi visiterà… camici bianchi… fammi vedere come cammini, la schiena, la gamba, racconta la tua storia. E manca l’aria…